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L’altra faccia della medaglia

L’altra faccia della medaglia

Antonio Colucci ha sempre amato la zappa(…)E non sapeva dire cosa fosse una pala eolica prima di averla vista sovrastare la sua casa. Dopo ha capito cos’è. Ha capito innanzitutto che la pala produce energia elettrica. Più gira e più produce. Tutti gli hanno detto che la pala non fa rumore, perché non c’è benzina nel suo motore.(…) L’unica cosa che Antonio non sa è invece cosa sia il paesaggio. Se è bene o male mettere le pale. Se le pale sulla montagna cambiano l’aspetto della montagna.”( Controvento. Il tesoro che il Sud non sa di avere, A. Caporale, 2011)

La natura ci sorprende sempre, con la sua forza e l’inesauribile potenza, ci ha affidato delle risorse energetiche inesauribili, come a dirci “fatene buon uso”. Eppure c’è qualcosa che stona. Qualcosa non và. I Comitati cittadini si moltiplicano e gli impianti per l’utilizzo di fonti rinnovabili vengono etichettati come “selvaggi” trasformandosi così da preziosi alleati a pericolosi nemici da combattere a tutti i costi. Il futuro si identifica in un mostro d’acciaio che ingloba tutto ciò che ha attorno, senza curarsene minimamente: questa è la distorsione del nuovo scenario energetico che vede le energie rinnovabili protagoniste indiscusse. Maggior cautela nell’inserimento degli impianti in contesti territoriali idonei, accordi preventivi per tutelare le esigenze delle popolazioni locali. Buon senso: ecco l’elemento mancante. Perché sono gli impianti “rinnovabili” che devono adattarsi ai nostri paesaggi. E non viceversa.
Volevamo sapere dalle Associazioni ed Organizzazioni più attive in campo ambientale, cosa ne pensano a riguardo e che posizione assumono nei confronti delle energie rinnovabili, eolico e fotovoltaico in particolare. All’interno di questo nuovo scenario energetico, c’è spazio per la questione etica?
Glielo abbiamo chiesto ed ecco chi ci ha risposto.
Andrea Boraschi, Responsabile Campagna Clima e Energia Greenpeace Italy
La posizione di Greenpeace nei confronti delle energie rinnovabili è di largo e aperto favore. Greenpeace, nel sostenere le fonti rinnovabili, la loro crescita e la loro definitiva affermazione sul mercato, sostiene una tecnologia: non, o non necessariamente, i suoi modi d’impiego e comunque non le aziende che vi fanno ricorso. Sostiene quella tecnologia, in special modo solare ed eolico, perché presenta un primato ambientale indiscutibile. Di quelle risorse e di quelle applicazione si può fare un uso sbagliato? Certo. Greenpeace si oppone e si è sempre opposta al far west delle rinnovabili. Abbiamo scongiurato, ad esempio, la realizzazione di un parco eolico offshore nel canale di Sicilia. E siamo massimamente attenti alla minimizzazione degli impatti: l’integrazione sull’edilizia o la solarizzazione delle cave dismesse, ad esempio, sono le nostre opzioni preferite riguardo allo sviluppo del fotovoltaico. L’elenco delle nostre cautele potrebbe essere ancor più lungo, ma il punto è che una parte di movimento “ambientalista” esprime una opposizione forte allo sviluppo di un settore che è invece essenziale e imprescindibile per salvare il clima e quindi il pianeta, e che è il solo che può garantirci un futuro al riparo dalle fonti fossili e dal nucleare. Greenpeace non può che essere in aperto disaccordo con queste posizioni.
Di ogni tecnologia si può fare un pessimo uso, e noi in Italia, in tal senso, siamo maestri. Il peggiore degli impianti solari o eolici (peggiore per localizzazione, integrazione nel paesaggio, impatto sulla fauna) non contribuisce comunque alla distruzione del clima, non determina emissioni inquinanti, non è causa di patologie respiratorie, neuronali, oncologiche.
Riguardo allo sviluppo delle energie pulite in Italia, poi, si sono susseguite polemiche riguardanti il rischio che la criminalità potesse infiltrare il settore e trarne profitto. La truffa, il crimine, l’illecito possono esistere in ogni settore e possono essere facilitati da normative farraginose e mal concepite. Ma respingiamo del tutto l’ipotesi che la disonestà di alcuni possa divenire un’ombra su una delle poche soluzioni energetiche sostenibili di cui disponiamo.
Enzo Cripezzi, membro della commissione LIPU Energia e Territorio
Nel comparto elettrico l’Italia si è già uniformata alle direttive comunitarie in materia, raggiungendo quest’anno, con ben 8 anni di anticipo l’obiettivo del 26,3% di contributo rinnovabile (2,7% il contributo l’eolico nel 2010 al fabbisogno elettrico, ovvero lo 0.9% dell’intero fabbisogno energetico della Nazione). Questo la dice lunga sul carattere vorticoso e speculativo di questa “corsa” che avrebbe potuto essere più armoniosa e regolamentata. Si è invece assistito a eolico e fotovoltaico “senza se e senza ma” e i risultati devastanti non si sono fatti attendere. Appare tardivo, oggi, recuperare una questione etica abbondantemente vilipesa da regole superficiali e scarsamente selettive che, di fatto, hanno impedito una qualsivoglia selezione qualitativa dei progetti. Il fotovoltaico è un esempio eclatante con enormi distese di terreni agropastorali coperte di pannelli che potevano essere posizionati su centinaia di migliaia di ettari già cementificati. La situazione dell’eolico è anche peggio. Migliaia e migliaia di ettari nel Mezzogiorno sono stati compromessi da vere e proprie piantagioni in spregio alle più elementari regole di pianificazione e programmazione mai nate, senza risparmiare siti riproduttivi di specie rarissime, paesaggi inalienabili o valori storico-archeologici, perfino cannibalizzando altri “parchi”, quelli veri.
Per la Biodiversità e l’avifauna si determina un depauperamento di territori funzionali alla loro stessa sopravvivenza ancor più grave per specie rarissime (Orsi, Aquile, Avvoltoi…) arrivando anche alla perdita di siti riproduttivi. Per molte specie, come Chirotteri (pipistrelli), rapaci veleggiatori o Cicogne, l’eolico comporta anche effetti diretti come le collisioni. Ciò è stato abbondantemente dimostrato da studi indipendenti.
Analogamente al fotovoltaico, dove l’urgenza e il lassismo di regole ha indotto a intervenire alla fonte, tagliando gli incentivi per gli impianti al suolo, anche per l’eolico andrebbe urgentemente perseguita una azione di taglio immediato degli incentivi, attualmente i più elevati d’Europa e probabilmente del mondo.
Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia
Un’associazione come la nostra, che si basa sulla migliore ricerca scientifica indipendente, mira a un approccio che metta insieme la visione, cioè la necessità di consumare meno e meglio l’energia, e di produrla con fonti rinnovabili, con l’obbligo di minimizzare gli impatti che ogni attività umana, inevitabilmente, ha. Non possiamo permetterci di attendere oltre, dobbiamo puntare a un modello basato sull’autoproduzione di energia pulita e sugli impianti rinnovabili. Per il WWF, però, l’imperativo è anche avere dei buoni progetti: certe volte ho l’impressione che proponendo di porre le pale eoliche (onshore e offshore) o il fotovoltaico a terra in aree pregiate o importanti per l’avifauna si sappia benissimo che non si andrà da nessuna parte, ma si voglia creare allarme sociale. D’altro canto, i Comitati non sempre nascono su istanze giuste: quello che manca, in Italia, è un vero meccanismo di partecipazione e condivisione delle scelte, ai cittadini, si deve poter dire che, al contrario di quanto accaduto sinora, accettare le pale eoliche sul loro territorio servirà a far chiudere una centrale a carbone, killer della salute e del clima. Il rapporto che abbiamo commissionato al REF-E, la Roadmap 2050 (https://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=31779&content=1), nasce dalla consapevolezza che se non si fissano gli obiettivi a media e lunga scadenza, non si prendono decisioni adeguate neanche nel presente, non si riesce nemmeno a far fronte all’emergenza attuale. Per quel che riguarda i casi di infiltrazioni della malavita attratte dai guadagni di un settore in espansione: come per la sanità, dove avviene lo stesso, il problema non è non curarsi più, è debellare la corruzione e la malavita.
Fonte: .Eco, novembre 2012