ISCRIZIONI CENTRO STUDI ALTO VASTESE

Categorie

Luglio: 2019
L M M G V S D
« Ago    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Le calcare e la produzione di calce viva nella vallata del Trigno

A cosa servivano le antiche calcare presenti anche nella vallata del Trigno. La produzione di calce viva e di malta

STORIA e CULTURA. Fino agli anni ’60, prima della massiccia invasione del cemento, per la costruzione delle caratteristiche abitazioni in pietra dei nostri paesi si utilizzava esclusivamente la malta a base di calce viva.

Ma da cosa è costituita e come si produceva anticamente la malta?

La malta usata sino ad un recente passato era un conglomerato costituito da una miscela di calce (spenta), acqua e sabbia.

La calce (chiamata anche calce aerea o calce comune) è un materiale noto fin dall’antichità, ottenuta per arrostimento a temperatura elevata di rocce calcaree, molto diffuse in natura, costituite fondamentalmente da carbonato di calcio.

Vitruvio e Plinio il Vecchio asseriscono che la calce fu scoperta probabilmente per caso, a seguito dello spegnimento dell’incendio di un edificio costruito in pietra calcarea. Già dal IV secolo a.C. era conosciuta da Greci e Fenici che la diffusero attraverso le loro rotte mercantili in tutto il Mediterraneo.

Dalla cottura delle pietre calcaree si produceva lacalce viva” che, fatta reagire con l’acqua, dava origine alla “calce spenta”, il materiale finale utilizzato come  legante per la preparazione della malta. La calce è stata sostituita quasi ovunque dal cemento, ma si utilizzano ancora preparati di calce prodotta industrialmente soprattutto negli intonaci e nei restauri di pregio.

LE CALCARE NELLA VALLE DEL TRIGNO. Fino ad un recente passato, la calce viva veniva prodotta artigianalmente attraverso la cottura di pietre calcaree in apposite fornaci di piccole dimensioni alimentate a legna chiamate “calcare” o anche “calcinaie”. Le calcare erano presenti ovunque fossero reperibili in abbondanza le 2 materie prime necessarie per produrre la calce viva: le rocce calcaree e il legname per alimentare le fornaci.

.  Lungo la valle del Trigno, ricchissima di pietre calcaree, tracce visibili delle antiche calcare sono presenti nei boschi tra Celenza sul Trigno e San Giovanni Lipioni, in località “il Monte”, al Vallone di Caccavone e Collaluna. L’archeologo Davide Aquilano riferisce che alcune calcare sono state trovate accidentalmente durante gli scavi, come a Fonte San Nicola di San Buono.

Calcara di Collaluna a San Giovanni Lipioni (Foto di Davide Aquilano)

In Abruzzo meridionale e Molise questo particolare tipo di fornace veniva chiamata “calecare” o “calicare”

Altre calcare sono sicuramente presenti in numerosi altri comuni del vastese e del vicino Molise. Mancano, però, ricerche approfondite in questo senso.

STRUTTURA DELLA CALCARA. Le calcare venivano realizzate con una tecnica rimasta praticamente immutata dall’epoca romana. Veniva scavato un fosso profondo circa 3 metri per 4-5 di diametro, e se ne rivestivano le pareti con pietre sino al livello del suolo. Intorno alla parete si aggiungevano pietre sempre più voluminose fino a formare un muro circolare alto 2-3 m. Alla base veniva lasciata l’apertura per introdurre la legna e accendere il fuoco.

Le pietre calcaree idonee allo scopo venivano prelevate soprattutto lungo l’alveo del fiume Trigno, dove tutt’ora sono abbondanti.

Intorno al fosso si continuavano ad allineare pietre sino a formare un cono basso e largo, la cui sommità veniva ricoperta con uno strato di argilla per evitare la dispersione del calore. Sul fondo veniva lasciato uno spazio vuoto per introdurre la legna. Il fuoco, veniva alimentato per 3 giorni e 3 notti di seguito dai “calcaroli”, antichissimo mestiere oggi scomparso. La temperatura sviluppata dal forno, di circa 900°, produceva la dispersione dell’acqua contenuta nella pietra, che diventava bianca, leggera e friabile. Ci si accorgeva della trasformazione in calce viva quando si diffondeva nell’aria un particolare odore sulfureo. A quel punto si cessava l’introduzione della legna per avviare la fase di raffreddamento. Dopo alcuni giorni si svuotava la calcara rimuovendo la copertura d’argilla e tutte le pietre. Dal luogo di cottura i sassi di calce venivano caricati sui muli in appositi contenitori e trasportati sui cantieri. Qui i sassi venivano immersi in vasche contenenti acqua. Nel corso di questo processo, piuttosto pericoloso, le pietre reagivano con violenza e ribollivano per vari giorni.  Quando il processo di reidratazione era avvenuto si formava la “calce spenta”, pronta per essere impastata con sabbia, acqua e altri componenti in base all’uso necessario. La malta veniva amalgamata con cura per mezzo di appositi strumenti di lavoro, per evitare la formazione di grumi nella calce.

Altri utilizzi della calce. In passato la calce è stata utilizzata anche per disinfettare, per modificare il pH dei terreni, mista a solfato di rame per preparare la poltiglia Bordolese e per “medicare” le olive. Oggi la calce viene utilizzata in numerosi processi industriali (zuccherifici, metallurgia, purificazione delle acque ecc).   

RISTRUTTURARE LE CALCARE DELLA VALLE DEL TRIGNO.

Un progetto di grande interesse storico e culturale potrebbe prevedere il restauro e la valorizzazione delle antiche “calcare” presenti lungo la Valle del Trigno.

A tal fine è necessario individuare le calcare ancora visibili, effettuare una mappatura e procedere alla loro ristrutturazione, secondo le indicazioni di persone del posto che ricordano l’esatta struttura. Al restauro, potranno partecipare le associazioni locali, volontari e le strutture della Protezione Civile, con minimo dispendio di risorse pubbliche.

Successivamente si potrà sviluppare un progetto per realizzare un “Sentiero per riscoprire le antiche calcare e l’arte di cuocere la pietra” che potrebbe diventare un’attrattiva eco-turistica della Valle del Trigno, assieme agli altri attrattori turistici che quest’area possiede.

Un bellissimo sentiero di questo tipo è presente in Trentino sul Monte Calisio. Un progetto simile potrebbe  essere realizzato anche nel nostro territorio.

Molto interessante sono anche le cave di gesso non più in uso presenti a Gissi, Lentella e zone limitrofe.  Si potrebbe prevedere un percorso simile a quello delle calcare per valorizzare questo tipo molto particolare di archeologia proto-industriale e la storia culturale e sociale che ha caratterizzato questi luoghi nel corso dei secoli.

APPROFONDIMENTI
L’ultima calcara. Cansano, Abruzzo
Le calcare, la calce e i “carcarari”
Le calcare del Salento
Le calcare di gesso nella Sicilia centrale
Altri usi della calce

Articolo di: Ivan Serafini