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Mega centrale a biomasse nella Valle del Trigno, tra Mafalda e San Felice del Molise. Progetti e autorizzazioni fuori controllo

Lunedì 17 Settembre alle ore 19 sessione straordinaria del consiglio comunale di San Felice del Molise. Tra i punti all’ordine del giorno quello sulla riedizione del procedimento che dovrebbe autorizzare la realizzazione e l’esercizio di una centrale a biomasse nel territorio del comune di Mafalda, a due passi da quello di San Felice del Molise.  

In vista della Conferenza dei Servizi decisoria che si terrà il 27 settembre a Campobasso, il consiglio è stato convocato per deliberare in merito alla costruzione dell’imponente impianto appartenente alla categoria delle industrie insalubri.  

A questo proposito è opportuno ricordare che il progetto in questione -presentato dalla Dafin srl già S.p.A.- era stato bocciato nel 2010 dal TAR Molise e nel 2011 dal Consiglio di Stato a causa, tra le altre motivazioni, delle incolmabili lacune dello studio di incidenza predisposto dalla stessa società, della mancata sottoposizione alla V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale), sebbene la centrale sarebbe dovuta sorgere all’interno di un SIC (Sito di Importanza Comunitaria: Macchia Nera-Colle Serracina) e dell’illegittimità della delibera comunale che ne autorizzava la costruzione  in violazione della disciplina urbanistica.

Nonostante le solide ed incontrovertibili motivazioni alla base della doppia bocciatura da parte dei giudici, la Dafin ha presentato istanza di riedizione- rinnovazione del progetto presso la Regione Molise ed i comuni interessati, oltre a quelli  Mafalda e San Felice del Molise anche Montemitro, Montefalcone nel Sannio e Roccavivara. 

Oggi  siamo qui a ribadire la nostra contrarietà alla costruzione di una centrale che molto difficilmente riuscirà a produrre energia utilizzando solo ed esclusivamente biomassa vergine.

La nostra opposizione deriva da molteplici ragioni, fra cui senza dubbio vi è quella dell’impatto sulla salute dei cittadini esposti alle emissioni di polveri sottili potenzialmente tossiche e nocive. Purtroppo, come altri casi disseminati in tutta Italia dimostrano, queste centrali molto spesso costituiscono l’ante-sala dei più famigerati inceneritori, come comprovato dagli impianti di Pozzilli (IS), Bando d’Argenta (FE) e Scarlino (GR) i quali hanno gradualmente iniziato a bruciare CDR con o senza autorizzazione. A questo proposito, ci sembra emblematico riassumere il caso dell’impianto posto sotto sequestro in provincia di Ferrara, dove non solo veniva bruciato combustibile non conforme a quello autorizzato, ma dove sarebbero addirittura stati modificati i valori delle emissioni attraverso l’intervento sul sistema informatico e la conseguente falsificazione dei registri.

Tornando invece all’impianto nostrano, ci sembra innegabile il contrasto del progetto con la vocazione agro-alimentare e potenzialmente turistica della zona interessata, poiché oltre a danneggiare le coltivazioni già impiantate (come ad esempio gli uliveti), questo rappresenterebbe un vero e proprio attentato alle produzioni DOP, DOC ed IGP locali, come la rinomata e pluripremiata “Tintilia”.

Se poi passiamo ad analizzare l’aspetto occupazionale, contrariamente a quanto vogliono farci credere, queste centrali non generano impiego essendo altamente automatizzate. E l’aspetto più grave nel caso di specie è il malcelato intento di far leva sulla condizione di necessità dei lavoratori per indurli ad accettare un impianto che allo stato attuale non ha dato garanzie concrete circa la ricollocazione di tutti gli ex-operai della SMI.  Non possiamo più cedere al ricatto che ci spinge a rinunciare alla nostra salute in cambio di un posto di lavoro, come se questo rientrasse tra gli atti di elemosina e non nella sfera dei  diritti. Perciò la collettività non può più essere disposta ad avvelenare cittadini e territorio in cambio di una promessa di lavoro! Siamo stanchi di essere costretti in modo maldestro a scegliere tra tutela dell’ambiente e tutela dei posti di lavoro. La nostra convinzione è che siano altri i progetti in grado di garantire un futuro alle persone che vivono nei piccoli centri soprattutto quelli a vocazione agro-alimentare. È solo puntando sulle eccellenze enogastronomiche che riusciremo a creare lavoro ed attirare i turisti che sicuramente ci invidiano la qualità dell’aria che respiriamo, non la presenza di impianti inquinanti.

Infatti tutt’altro che trascurabili sarebbero le ricadute ambientali sul paesaggio, la flora e la fauna se consideriamo l’ inquinamento  dovuto non solo all’emissione di polveri sottili e ceneri, ma anche di CO2 prodotta dall’aumento del trasporto pesante su strada necessario a far arrivare le biomasse fino alla centrale. In definitiva, nel caso concreto abbiamo diversi elementi per dubitare della trasparenza del procedimento per ottenere i permessi, così come dimostrato dai numerosi ricorsi presentati contro la Dafin che hanno puntualmente dimostrato una certa superficialità nel rilascio di frettolose autorizzazioni sia da parte del Comune di Mafalda che della Regione Molise- Servizio Conservazione Natura e V.I.A..

Quello che tanti omettono di dire è che queste centrali di ecologico e rinnovabile hanno ben poco, perché il loro bilancio energetico è quasi sempre negativo, considerato che riescono a produrre meno energia di quella che utilizzano per funzionare, ma  soprattutto non ci dicono da dove prenderanno le tonnellate di biomassa (legno, cippato, scarti agroforestali) necessarie giornalmente ad alimentare la centrale.

La fitta mappa degli impianti a biomasse sparsi lungo tutta la penisola dimostra come queste siano ormai diventate oggetto di una speculazione senza scrupoli che punta solo ed esclusivamente a generare profitti grazie anche al meccanismo perverso degli incentivi statali e dei certificati verdi.

Scritto e segnalato da: Nicoletta Radatta